Lettera di Silvio Berlusconi al Corriere della Sera, 31 gennaio 2011
Gentile direttore,
il suo giornale ha meritoriamente rilanciato la discussione sul debito pubblico mostruoso che ci ritroviamo sulle spalle da molti anni, sul suo costo oneroso in termini di interessi annuali a carico dello Stato e sull’ostacolo che questo gravame pone sulla via della crescita economica del Paese. Sono d’accordo con le conclusioni di Dario Di Vico, esposte domenica in un testo analitico molto apprezzabile che parte dalle due proposte di imposta patrimoniale, diversamente articolate, firmate il 22 dicembre e il 26 gennaio da Giuliano Amato e da Pellegrino Capaldo. Vorrei brevemente spiegare perché il no del governo e mio va al di là di una semplice preferenza negativa, «preferirei di no», ed esprime invece u na irriducibile avversione strategica a quello strumento fiscale, in senso tecnico-finanziario e in senso politico.
Prima di tutto, se l’alternativa fosse tra un prelievo doloroso e una tantum sulla ricchezza privata e una poco credibile azione antidebito da «formichine», un gradualismo pigro e minimalista nei tagli alla spesa pubblica improduttiva e altri pannicelli caldi, staremmo veramente messi male. Ma non è così. L’alternativa è tra una «botta secca», ingiusta e inefficace sul lungo termine, e perciò deprimente per ogni prospettiva di investimento e di intrapresa privata, e la più grande «frustata» al cavallo dell’economia che la storia italiana ricordi. Il debito è una percentuale sul prodotto interno lordo, sulla nostra capacità di produrre ricchezza. Se questa capacità è asfittica o comunque insufficiente, quella percentuale di debito diventa ingombrante a dismisura. Ma se riusciamo a portare la crescita oltre il tre-quattro per cento in cinque anni, e i mercati capiscono che quella è la strada imboccata dall’Italia, Paese ancora assai forte, Paese esportatore, Paese che ha una grande riserva di energia, di capitali, di intelligenza e di lavoro a partire dal suo Mezzogiorno e non solo nel suo Nord europeo e altamente competitivo, l’aggressione vincente al debito e al suo costo annuale diventa, da subito, l’innesco di un lungo ciclo virtuoso.
Per fare questo occorre un’economia decisamente più libera, poiché questa è la frustata di cui parlo, in un Paese più stabile, meno rissoso, fiducioso e perfino innamorato di sé e del proprio futuro. La «botta secca» è, nonostante i ragionamenti interessanti e le buone intenzioni del professor Amato e del professor Capaldo, una rinuncia statalista, culturalmente reazionaria, ad andare avanti sulla strada liberale. La Germania lo ha fatto questo balzo liberalizzatore e riformatore, lo ha innescato paradossalmente con le riforme del socialdemocratico Gerhard Schröder, poi con il governo di unità nazionale, infine con la guida sicura e illuminata di Angela Merkel. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: la locomotiva è ripartita. Noi, specialmente dopo il varo dello storico accordo sulle relazioni sociali di Pomigliano e Mirafiori, possiamo fare altrettanto.
Non mi nascondo il problema della particolare aggressività che, per ragioni come sempre esterne alla dialettica sociale e parlamentare, affligge il sistema politico. Ne sono preoccupato come e più del presidente Napolitano. E per questo, dal momento che il segretario del Pd è stato in passato sensibile al tema delle liberalizzazioni e, nonostante qualche sua inappropriata associazione al coro strillato dei moralisti un tanto al chilo, ha la cultura pragmatica di un emiliano, propongo a Bersani di agire insieme in Parlamento, in forme da concordare, per discutere senza pregiudizi ed esclusivismi un grande piano bipartisan per la crescita dell’economia italiana; un piano del governo il cui fulcro è la riforma costituzionale dell’articolo 41, annunciata da mesi dal ministro Tremonti, e misure drastiche di allocazione sul mercato del patrimonio pubblico e di vasta defiscalizzazione a vantaggio delle imprese e dei giovani.
Lo scopo indiretto ma importantissimo di un piano per la crescita fondato su una frustata al cavallo di un’economia finalmente libera è di portare all’emersione della ricchezza privata nascosta, che è parte di un patrimonio di risparmio e di operosità alla luce del quale, anche secondo le stime di Bruxelles, la nostra situazione debitoria è malignamente rappresentata da quella vistosa percentuale del 118 per cento sul Pil. Prima di mettere sui ceti medi un’imposta patrimoniale che impaurisce e paralizza, un’imposta che peraltro sotto il mio governo non si farà mai, pensiamo a uno scambio virtuoso, maggiore libertà e incentivo fiscale all’investimento contro aumento della base impositiva oggi nascosta. Se a questo aggiungiamo gli effetti positivi, di autonomia e libertà, della grande riforma federalista, si può dire che gli atteggiamenti faziosi, ma anche quelli soltanto malmostosi e scettici, possono essere sconfitti, e l’Italia può dare una scossa ai fattori negativi che gravano sul suo presente, costruendosi un pezzo di futuro.
Silvio Berlusconi
Benvenuti nel blog ufficiale del gruppo dei Promotori della Libertà "Frascati Città"
lunedì 31 gennaio 2011
LA MIA SFIDA: RIMETTIAMO IN MOTO L'ECONOMIA INSIEME
venerdì 28 gennaio 2011
GOVERNIAMO E CONTINUEREMO A GOVERNARE NELL'INTERESSE DEL PAESE
Messaggio del Presidente Silvio Berlusconi ai Promotori della Libertà
Care amiche e cari amici,
ormai sta diventando un appuntamento fisso questo nostro incontro settimanale che ci dà l'opportunità di fare il punto sulla situazione politica e di Governo.
Vi devo confessare che guardando certi giornali mi viene da pensare che io sia Presidente del Consiglio ad opera di chissà chi e quasi per caso, come se fossi il beneficiario di un sorteggio e non perché il Popolo della Libertà da me guidato ha vinto nettamente le elezioni.
Anzi, è giusto ricordare che io, il mio Governo, il mio partito e la mia maggioranza, oltre ad avere vinto le elezioni politiche del 2008, abbiamo vinto anche nelle elezioni Europee, e poi nelle Regionali e nelle amministrative. Abbiamo avuto una continua legittimazione popolare e continuiamo quindi a governare con l'impegno di sempre, forti del sostegno solido e chiaro degli italiani che ancora oggi danno più del 45% alla nostra coalizione nei sondaggi.
Non siamo noi ad aver tradito chi ci ha eletto. Noi portiamo avanti coerentemente il programma di governo concordato con gli Italiani. Non siamo noi ad aver stracciato il contratto col popolo, che ci aveva conferito un mandato talmente ampio da poter configurare questa come una legislatura costituente.
Non siamo noi ad aver sabotato il cammino delle riforme facendo ripiombare il Paese nei teatrini della vecchia politica, delle verifiche e dei voti di fiducia a ripetizione. La verità è che contro di noi si è coalizzata tutta la vecchia politica che da sempre si frappone al rinnovamento, anzi quella politica che porta la responsabilità della crisi dello Stato, dell'economia e della società italiana, quelli che nella Prima Repubblica erano fra loro nemici, si sono messi tutti insieme contro di noi, contro il Governo espressione della maggioranza degli italiani nella vana speranza di mandarci a casa.
Non hanno in comune alcun valore, l'unica cosa che li unisce è conquistare il potere e far fuori Berlusconi con il soccorso rosso delle toghe politicizzate, pronte a intervenire ogni qual volta la situazione lo richieda.
Ebbene, ancora una volta questa offensiva è stata e sarà respinta. Noi abbiamo la forza del popolo e la forza dei numeri: le opposizioni riunite ci hanno imposto, dal 29 settembre ad oggi, ben sette verifiche parlamentari sulla tenuta del governo, e noi abbiamo sempre vinto: 7 a zero su questioni cruciali come ben due voti di fiducia (il 29 settembre ed il 14 dicembre), contro due sfiducie individuali ai ministri Calderoli e Bondi (22 dicembre e 26 gennaio), con l'approvazione della riforma dell'Università del ministro Gelmini (23 dicembre), con il decreto per Napoli convertito in legge e con la relazione sullo stato della Giustizia del ministro Alfano (il 29 gennaio).
Il Governo non si è mai fermato, neanche per un momento. Anche questa mattina il Consiglio dei Ministri ha lavorato per risolvere decine di problemi con vero spirito di squadra e con grande unità.
Di fronte alla politica di palazzo noi abbiamo risposto con cinque obiettivi concreti: Federalismo, Fisco, Sud, Giustizia, Sicurezza.
Noi abbiamo approvato tutti questi provvedimenti in successivi consigli dei ministri, ad eccezione della riforma tributaria alla quale stiamo lavorando con le forze sociali e della riforma della Giustizia, che è stata bloccata da Fini e dai suoi. Ma da oggi in poi queste riforme, già concordate con gli elettori, saranno in testa all'agenda del governo, insieme al federalismo.
Noi, negli ultimi due mesi, abbiamo approvato in via definitiva la riforma dell'Università che completa l'intero ciclo della rifondazione della scuola, la prima che viene attuata nel dopoguerra. È stata approvata e diviene operativa la Banca del Sud.
È già operativo il finanziamento della Cassa depositi e prestiti alle piccole e medie imprese.
Noi abbiamo attuato una riforma della previdenza che nel pubblico impiego allinea l'età della pensione per uomini e donne, e che per tutti dispone l'aggancio tra pensioni e aspettativa di vita: un meccanismo all'avanguardia in Europa. Il tutto senza un'ora di protesta, un'ora di scioperi.
Noi abbiamo rinnovato il finanziamento per la detassazione degli straordinari, fondamentale per rilanciare la competitività delle imprese.
Insomma,
dopo aver difeso gli interessi italiani nelle sedi europee, ottenendo la riclassificazione del debito pubblico in base a criteri di sostenibilità,
dopo aver varato una legge di stabilità finanziaria che è stata approvata dall'Europa senza alcuna richiesta di manovra aggiuntiva, cioè di altri tagli che avrebbero depresso e forse compromesso la ripresa economica; dopo aver messo al riparo l'Italia dalla speculazione internazionale e dopo aver garantito la coesione sociale del Paese stendendo una rete di ammortizzatori sociali di ben 32 miliardi di euro,
ora siamo impegnati a condurre in porto il federalismo, realizzando così una riforma storica, che ridisegnerà il volto dello Stato nel 150.mo anniversario dell'Unità d'Italia. Sono dunque orgoglioso di quanto abbiamo fatto finora, nella convinzione che il centrodestra resti l'unica coalizione in grado di assicurare l'unità d'Italia e l'unica garanzia di governabilità, a fronte di un'opposizione debole, divisa e frammentata, senza leader, senza idee, senza programmi, che sa solo proporre nuove tasse, come, ad esempio, la patrimoniale che penalizzerebbe tutte le famiglie italiane, che deprimerebbe gli investimenti, metterebbe in fuga i capitali e riaprirebbe la corsa alla spesa improduttiva. Finché ci sarò io, proposte come queste non passeranno mai: gli italiani lo sanno e possono stare tranquilli la patrimoniale non passerà mai.
Cari amici,
come ormai tutti sapete, le tempeste non mi spaventano, e più grandi sono, più mi convinco che è necessario reagire nell'interesse di tutti i cittadini, nell'interesse del nostro Paese.
In diciassette anni ne ho viste tante: hanno cercato con ogni mezzo di cancellarmi dalla politica e dalla storia, lo hanno fatto anche colpendomi fisicamente, ma mai, dico mai, i nostri avversari avevano raggiunto vette così vergognose di irresponsabilità, di cinismo e di illiberalità, violando le norme più elementari del diritto e usando illegittimamente l'arma dell'indagine giudiziaria a fini di lotta politica. Perché da troppo tempo una parte della magistratura persegue con ogni mezzo il sovvertimento della volontà popolare, e per far questo non si ferma davanti a nulla.
Quando in un Paese democratico - e questo accade solo in Italia - si arriva a violare il domicilio del presidente del Consiglio, e a considerare possibile indiziato di reato chiunque vi entri - significa che il livello di guardia è stato ampiamente superato.
Non è un Paese libero quello in cui quando si alza il telefono non si è sicuri della inviolabilità delle proprie conversazioni.
Non è un Paese libero quello in cui un cittadino può trovare sui giornali delle proprie conversazioni che fanno parte del proprio privato e che non hanno nessun contenuto penalmente rilevante.
Non è un Paese libero quello in cui una casta di privilegiati può commettere ogni abuso a danno di altri cittadini senza mai doverne rendere conto.
E' giunto il momento di ristabilire una reale separazione e un corretto equilibrio fra i poteri e gli ordini dello Stato.
Sia chiaro che io non ho alcun timore di farmi giudicare.
Davanti ai magistrati non sono mai fuggito, e la montagna di fango delle accuse più grottesche e inverosimili in 17 anni di persecuzione giudiziaria non ha partorito nemmeno un topolino: i mille magistrati che si sono occupati ossessivamente di me e della mia vita non hanno trovato uno straccio di prova che abbia retto all'esame dei tribunali. Ma io ho diritto, come ogni altro cittadino, di presentarmi di fronte al mio giudice naturale, che non è la Procura di Milano ma il giudice assegnatomi dalla Costituzione, cioè il Tribunale dei Ministri, che non è un tribunale speciale fatto apposta per me, ma è composto da giudici scelti per sorteggio. E avendo la coscienza totalmente tranquilla, lo farò appena sarà stata ristabilita una situazione di correttezza giudiziaria.
Amici cari,
io vado avanti nell'interesse del Paese che mi ha scelto come Capo del governo e che non ha mai rinnegato questa scelta, e lo farò fino a quando sentirò la fiducia degli elettori e della maggioranza del Parlamento, che sono gli unici capisaldi di ogni vera democrazia. Noi governiamo, e continueremo a governare, il fango ricadrà su chi cerca di usarlo contro di noi.
Un saluto affettuoso a tutti Voi.
Silvio Berlusconi
giovedì 27 gennaio 2011
BERLUSCONI: La Giornata della memoria e' un tributo per il passato e un monito per il presente
Il messaggio del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per la Giornata della memoria.
"Undici anni fa il Parlamento ha istituito in Italia la Giornata della Memoria. Da allora, il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ricordiamo solennemente ’lo sterminio del popolo ebraico (la Shoah), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonche’ coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
fonte: Il Popolo della Libertà
"Undici anni fa il Parlamento ha istituito in Italia la Giornata della Memoria. Da allora, il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ricordiamo solennemente ’lo sterminio del popolo ebraico (la Shoah), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonche’ coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
La Giornata della memoria e’ un tributo doveroso alle vittime di quel tragico passato ma soprattutto un monito per il presente. Il ricordo e’, infatti, il miglior antidoto affinche’ quello che e’ stato non si ripeta mai piu’. Noi tutti sappiamo che nei confronti del razzismo e in particolare dell’antisemitismo non si puo’ abbassare la guardia. Negli anfratti dell’ignoranza cova ancora un odio cieco contro gli ebrei. Lo conferma la recente pubblicazione in un sito americano di una lista di personalita’ italiane di religione ebraica additate come ’facce da cancellare’. Fatti cosi’ gravi e preoccupanti confermano l’importanza del Giorno della Memoria e ci rafforzano nell’impegno a contrastare con determinazione i sentimenti antiebraici. Per questo, con l’Unione delle Comunita’ Ebraiche italiane, abbiamo promosso in occasione delle celebrazioni per il Giorno della Memoria una Tavola rotonda sul pregiudizio antiebraico nell’epoca di internet".
"L’obiettivo e’ condurre una riflessione sui rischi di diffusione attraverso la rete di stereotipi razzisti, mistificazioni e falsi storici. Inoltre, abbiamo avviato una campagna rivolta a tutti gli italiani per raccogliere nei nascenti Musei dell’ebraismo e della Shoah ogni documento relativo alle persecuzioni razziali, le pagine piu’ buie del nostro passato. Io sono convinto che con l’arma della verita’ e della cultura si possano vincere i pregiudizi antiebraici e ogni distorta lettura della Storia". "Il messaggio che dobbiamo dare, soprattutto ai nostri giovani, e’ che l’antisemitismo e’ un sentimento disumano e ignorante. Perche’ la persecuzione di un individuo e di una comunita’ e’ sempre ingiustificabile. Perche’ le radici giudaicocristiane sono alla base della nostra Civilta’ e dunque odiare gli ebrei significa disprezzare se stessi. Perche’ il contributo di uomini politici, intellettuali, artisti e scienziati di origine ebraica e’ stato determinante per la crescita del nostro Paese. A questo proposito, nell’anno in cui celebriamo i 150 anni di unita’ nazionale, e’ giusto ricordare con particolare riconoscenza proprio l’impegno delle donne e degli uomini di religione ebraica nel Risorgimento e nell’Italia liberale. La nostra Civilta’ e il nostro Paese devono molto agli ebrei. Per questo, a nome mio personale e del governo, voglio ribadire un nostro impegno assoluto: noi non lasceremo mai soli gli ebrei a combattere l’antisemitismo. E tutti insieme faremo in modo che dalla Giornata della Memoria possa scaturire una sempre piu’ solida difesa contro ogni forma di razzismo. Questo affinche’, come ha auspicato Elie Wiesel, il nostro passato non diventi il futuro dei nostri figli".
"L’obiettivo e’ condurre una riflessione sui rischi di diffusione attraverso la rete di stereotipi razzisti, mistificazioni e falsi storici. Inoltre, abbiamo avviato una campagna rivolta a tutti gli italiani per raccogliere nei nascenti Musei dell’ebraismo e della Shoah ogni documento relativo alle persecuzioni razziali, le pagine piu’ buie del nostro passato. Io sono convinto che con l’arma della verita’ e della cultura si possano vincere i pregiudizi antiebraici e ogni distorta lettura della Storia". "Il messaggio che dobbiamo dare, soprattutto ai nostri giovani, e’ che l’antisemitismo e’ un sentimento disumano e ignorante. Perche’ la persecuzione di un individuo e di una comunita’ e’ sempre ingiustificabile. Perche’ le radici giudaicocristiane sono alla base della nostra Civilta’ e dunque odiare gli ebrei significa disprezzare se stessi. Perche’ il contributo di uomini politici, intellettuali, artisti e scienziati di origine ebraica e’ stato determinante per la crescita del nostro Paese. A questo proposito, nell’anno in cui celebriamo i 150 anni di unita’ nazionale, e’ giusto ricordare con particolare riconoscenza proprio l’impegno delle donne e degli uomini di religione ebraica nel Risorgimento e nell’Italia liberale. La nostra Civilta’ e il nostro Paese devono molto agli ebrei. Per questo, a nome mio personale e del governo, voglio ribadire un nostro impegno assoluto: noi non lasceremo mai soli gli ebrei a combattere l’antisemitismo. E tutti insieme faremo in modo che dalla Giornata della Memoria possa scaturire una sempre piu’ solida difesa contro ogni forma di razzismo. Questo affinche’, come ha auspicato Elie Wiesel, il nostro passato non diventi il futuro dei nostri figli".
fonte: Il Popolo della Libertà
FALLISCE LA SFIDUCIA AL MINISTO BONDI. LA SPALLATA AL GOVERNO PURE
Respinta la sfiducia individuale al Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi, non passano il killeraggio politico del Coordinatore Nazionale PDL nè una nuova spallata al Governo.
Apprendiamo con piacere e soddisfazione che nella giornata del 26 gennaio 2011 la sfiducia al Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi è stata respinta con una maggioranza evidente.
314 no, 292 si, votanti 606 maggioranza 304, e quindi 22 voti di scarto che hanno impedito che si consumasse un atto politico contro il Governo Berlusconi nella figura di uno dei suoi Ministri, che ha "osato" toccare equilibri di consolidate abitudini di gestione in un campo molto delicato come quello delle arti e della cultura italiana.
Ufficialmente infatti, la mozione di sfiducia individuale era stata proposta a seguito dei crolli che si erano verificati alla fine dell'estate a Pompei, e che furono immediatamente imputati dall'opposizione ad una cattiva gestione da parte del Ministero delle risorse impiegate.
In realtà, come poi è emerso chiaramente, non solo i crolli avevano riguardato fortunatamente costruzioni in cemento del secolo scorso e non i manufatti originali, ma si è evidenziato che le responsabilità delle spese di manutenzione non erano affatto imputabili al Ministro che anzi, era stato il primo a provare a mettere ordine in un sistema che chiaramente aveva mostrato dei limiti gestionali, arrivando dunque al paradosso che il Ministro che per primo provava a risolvere il problema, alla fine risultava essere lui il responsabile di tutto ciò che era stato fatto in precedenza da altri.
La richiesta di sfiducia al Ministro, come poi è emerso, ha avuto invece ragioni più politiche e non legate al "pretesto" per il quale sono state chieste. Un uso assolutamente improprio e strumentale della sfiducia individuale ad un Ministro, per colpire o mettere in difficoltà il Governo. Un modo poco corretto di fare opposizione ad un Governo che altrimenti non si riesce a mettere in difficoltà, con l'aggravante dell'uso di uno strumento improprio nato peraltro proprio da parte della sinistra all'epoca del Governo Dini per "licenziare", senza far cadere tutto il governo in carica, un Ministro della Giustizia, Filippo Mancuso, che con le sue azioni era diventato "scomodo" per gli stessi che ne avevano favorito l'elezione.
Uno strumento dicevano che dovrebbe essere usato per motivi gravissimi e non come mezzo d'interdizione, e che invece sta diventando esattamente questo, uno mezzo per rallentare l'azione di un governo legittimamente eletto, cosa ancora più grave se attuato con motivazioni che risultano chiaramente strumentali.
Il secondo motivo che l'opposizione sembra avere avuto per chiedere la sfiducia proprio a questo Ministro (a cui alcuni imputano quasi come se fosse un demerito se non addirittura un difetto per un politico l'essere tra le altre cose anche un uomo che si diletta di poesia), è che nelle sue funzioni ha cercato di mettere un pò d'ordine in un settore particolarmente legato a logiche, personaggi e gruppi che orbitano su posizioni che non sono rappresentantive dell'intero panorama delle arti e della cultura italiana.
Nel bene o nel male, quando si tenta di riorganizzare un settore importante e strategico come la cultura, è pacifico che si riscuoteranno consensi ma anche e soprattutto critiche da parte di chi sentirà colpito; andare a toccare privilegi e consuetudini consolidate, chiaramente rischia di vedere reazioni anche dure.
Il nostro sospetto è che appunto sia avvenuto questo: la sfiducia al Ministro Bondi è stato il tentativo di togliere di mezzo un Ministro "scomodo", che ha avuto "l'aggravante" di aver ben operato di fronte all'opinione pubblica. Mettiamoci poi che è uno dei coordinatori Nazionali del PDL e la preda diventa ancora più appetitosa. Aggiungiamoci infine che è anche un momento particolarmente turbolento per l'indecoroso baillamme che gira intorno il Governo per il caso Ruby in questo periodo, e il quadro è completo.
Siamo dunque particolarmente soddisfatti nel vedere respinta nettamente la sfiducia al Ministro Bondi, quale risposta chiara ed inequivocabile che l'assalto ad un bravo Ministro non paga, se basato su fatti inconsistenti; che il governo ha una maggioranza ancora valida così come testimoniano i numeri; che l'uso strumentale della sfiducia ad un Ministro della Repubblica come sistema per mettere in difficoltà un Governo non paga, augurandosi che la lezione venga tenuta bene in conto nel futuro.
fonte: Club della Libertà di Frascati
Apprendiamo con piacere e soddisfazione che nella giornata del 26 gennaio 2011 la sfiducia al Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi è stata respinta con una maggioranza evidente.
314 no, 292 si, votanti 606 maggioranza 304, e quindi 22 voti di scarto che hanno impedito che si consumasse un atto politico contro il Governo Berlusconi nella figura di uno dei suoi Ministri, che ha "osato" toccare equilibri di consolidate abitudini di gestione in un campo molto delicato come quello delle arti e della cultura italiana.
Ufficialmente infatti, la mozione di sfiducia individuale era stata proposta a seguito dei crolli che si erano verificati alla fine dell'estate a Pompei, e che furono immediatamente imputati dall'opposizione ad una cattiva gestione da parte del Ministero delle risorse impiegate.
In realtà, come poi è emerso chiaramente, non solo i crolli avevano riguardato fortunatamente costruzioni in cemento del secolo scorso e non i manufatti originali, ma si è evidenziato che le responsabilità delle spese di manutenzione non erano affatto imputabili al Ministro che anzi, era stato il primo a provare a mettere ordine in un sistema che chiaramente aveva mostrato dei limiti gestionali, arrivando dunque al paradosso che il Ministro che per primo provava a risolvere il problema, alla fine risultava essere lui il responsabile di tutto ciò che era stato fatto in precedenza da altri.
La richiesta di sfiducia al Ministro, come poi è emerso, ha avuto invece ragioni più politiche e non legate al "pretesto" per il quale sono state chieste. Un uso assolutamente improprio e strumentale della sfiducia individuale ad un Ministro, per colpire o mettere in difficoltà il Governo. Un modo poco corretto di fare opposizione ad un Governo che altrimenti non si riesce a mettere in difficoltà, con l'aggravante dell'uso di uno strumento improprio nato peraltro proprio da parte della sinistra all'epoca del Governo Dini per "licenziare", senza far cadere tutto il governo in carica, un Ministro della Giustizia, Filippo Mancuso, che con le sue azioni era diventato "scomodo" per gli stessi che ne avevano favorito l'elezione.
Uno strumento dicevano che dovrebbe essere usato per motivi gravissimi e non come mezzo d'interdizione, e che invece sta diventando esattamente questo, uno mezzo per rallentare l'azione di un governo legittimamente eletto, cosa ancora più grave se attuato con motivazioni che risultano chiaramente strumentali.
Il secondo motivo che l'opposizione sembra avere avuto per chiedere la sfiducia proprio a questo Ministro (a cui alcuni imputano quasi come se fosse un demerito se non addirittura un difetto per un politico l'essere tra le altre cose anche un uomo che si diletta di poesia), è che nelle sue funzioni ha cercato di mettere un pò d'ordine in un settore particolarmente legato a logiche, personaggi e gruppi che orbitano su posizioni che non sono rappresentantive dell'intero panorama delle arti e della cultura italiana.
Nel bene o nel male, quando si tenta di riorganizzare un settore importante e strategico come la cultura, è pacifico che si riscuoteranno consensi ma anche e soprattutto critiche da parte di chi sentirà colpito; andare a toccare privilegi e consuetudini consolidate, chiaramente rischia di vedere reazioni anche dure.
Il nostro sospetto è che appunto sia avvenuto questo: la sfiducia al Ministro Bondi è stato il tentativo di togliere di mezzo un Ministro "scomodo", che ha avuto "l'aggravante" di aver ben operato di fronte all'opinione pubblica. Mettiamoci poi che è uno dei coordinatori Nazionali del PDL e la preda diventa ancora più appetitosa. Aggiungiamoci infine che è anche un momento particolarmente turbolento per l'indecoroso baillamme che gira intorno il Governo per il caso Ruby in questo periodo, e il quadro è completo.
Siamo dunque particolarmente soddisfatti nel vedere respinta nettamente la sfiducia al Ministro Bondi, quale risposta chiara ed inequivocabile che l'assalto ad un bravo Ministro non paga, se basato su fatti inconsistenti; che il governo ha una maggioranza ancora valida così come testimoniano i numeri; che l'uso strumentale della sfiducia ad un Ministro della Repubblica come sistema per mettere in difficoltà un Governo non paga, augurandosi che la lezione venga tenuta bene in conto nel futuro.
fonte: Club della Libertà di Frascati
mercoledì 26 gennaio 2011
Lettera aperta dei parlamentari Pdl sul caso Ruby ai cattolici
Pubblichiamo la lettera aperta dei parlamentari cattolici del PDL Raffaele Calabrò, Roberto Formigoni, Maurizio Gasparri, Maurizio Lupi, Alfredo Mantovano, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello, Eugenia Roccella e Maurizio Sacconi hanno scritto al popolo dei Cattolici italiani per chiedere di sospendere il giudizio sulla vicenda Ruby fino alla risoluzione del percorso del procedimento in corso e di garantire quella "presunzione d'innocenza" necessaria, anche per la gravità delle accuse rivolte, che sembra essere del tutto scomparsa dalla incredibile e vergognosa gazzarra mediatica di certi organi di informazione e di una certa parte politica irresponsabile,e tesa esclusivamente a fare in modo che tramite un processo mediatico (o gogna mediatica), basato su fatti ancora tutti da verificare il Presidente Silvio Berlusconi venga colpito e si faccia da parte il più velocemente possibile.
Fermo restando la necessaria e assoluta difesa dell'ONORABILITA' del Presidente del Consiglio e dell'Istituzione che rappresenta, l'attacco portato nei suoi confronti è un pericoloso segnale nei modi e nei tempi e purtroppo anche nei contenuti di un un modo di fare politica degenerato, e di una situazione di squilibrio delle Istituzioni Repubblicane ormai non più sostenibile che ormai drammaticamente risulta evidente, e che dovrà al più presto e con serenità essere affrontato con larga condivisione del Popolo Italiano.
Cari amici, in un momento tanto confuso e delicato per il nostro paese vorremmo evitare che la marea dei pettegolezzi che invade ogni giorno le pagine dei giornali finisca per oscurare il senso del nostro lavoro quotidiano per il bene comune. C’è il rischio di farsi tutti confondere o trascinare dall’onda nera, lasciandosi strumentalizzare da un moralismo interessato e intermittente, che emerge solo quando c’è di mezzo il presidente Berlusconi.
Un moralismo che nulla ha a che fare con quella “imitatio Christi” a cui la Chiesa ci invita, e che anzi non si fa scrupoli a brandire per fini politici, e in senso opposto a seconda delle convenienze di parte, l'idea della morale cristiana.
L’enorme scossone mediatico e politico di questi ultimi giorni non si comprende appieno se non come l’ultimo atto di un’offensiva giudiziaria iniziata con Tangentopoli: il tentativo di una piccola ma agguerrita minoranza di magistrati di interferire pesantemente negli assetti politici, per determinare nuovi equilibri che prescindano dal consenso popolare.
Diciassette anni fa c’erano gli arresti spettacolari: politici e personaggi pubblici sfilavano in manette sotto telecamere impietose, e la carcerazione preventiva era lo strumento privilegiato di alcune procure. Ma quante di quelle accuse, urlate da certi magistrati con tanta sicurezza da sembrare indubitabili, si sono rivelate poi vere?
Certamente sono stati riconosciuti dei colpevoli, anche se altri pur imputabili delle stesse responsabilità sono stati risparmiati e in alcuni casi nemmeno sfiorati dall'ombra del sospetto. Quel che è più grave, però, in numerose occasioni processi condotti nelle aule dei tribunali sono giunti a ben altre conclusioni rispetto alle accuse iniziali. Le tante assoluzioni che pure ne sono seguite, però, non potranno mai ripagare l’ingiustizia subita da chi vi si è trovato coinvolto, soprattutto da chi non ce l’ha fatta e si è tolto la vita.
E intanto, il paese ha pagato e paga ancora oggi le conseguenze di indagini a senso unico che hanno azzerato il ceto politico moderato, rallentato e inibito la capacità decisionale delle pubbliche amministrazioni, indebolito la grande impresa italiana.
Adesso la carcerazione preventiva è stata sostituita dalla gogna preventiva. Si butta nella pubblica piazza con una violenza inusitata la presunta vita privata delle persone (presunta perché contenuti frammentari di intercettazioni e commenti di persone terze non offrono alcuna garanzia di veridicità), e la si chiama “trasparenza”.
Abbiamo bisogno di giustizia, una giustizia che sia però veramente giusta, che segua regole certe, assicuri l'inviolabilità dei diritti di tutti i cittadini compreso chi si trova ad essere oggetto di accuse, e offra le garanzie necessarie, a partire dall’imparzialità del giudice e dal rispetto del segreto istruttorio. Una giustizia nella quale i magistrati formulino ipotesi di reato e non si occupino di costruire operazioni finalizzate ad emettere sentenze di ordine morale.
Chiediamo a tutti di aspettare, di sospendere il giudizio, di non farsi trascinare nella facile trappola del processo mediatico e sommario al Presidente del Consiglio, e chiediamo che si rispetti una vera presunzione di innocenza nei suoi confronti, finché il percorso di accertamento dei fatti sarà completato. Ve lo chiediamo non solo perché è un elementare principio di civiltà giuridica, ma anche perché noi all’immagine abietta del Presidente Berlusconi così come dipinta da tanti giornali non crediamo.
Noi conosciamo un altro Berlusconi, conosciamo il Presidente con cui abbiamo lavorato in questi anni, e che ci ha dato la possibilità di portare avanti battaglie difficili e controcorrente, condividendole con noi.
Siamo certi che il tempo ci darà ragione: ma è di quel tempo che adesso c’è bisogno. Sarebbe assurdo e deleterio per il futuro dell’Italia consentire che, nell’attesa di un esito incerto della vicenda giudiziaria si producesse il danno certo di un cambiamento politico nel segno della conservazione sociale, della recessione economica e del relativismo etico come conseguenza di indagini asimmetriche che colpiscono alcuni risparmiando altri.
Ciò che non intendiamo invece tenere in sospeso è la responsabilità di noi, credenti e non credenti, impegnati convintamente nel Popolo della Libertà. Non abbiamo alcuna intenzione di interrompere il lavoro politico e legislativo che ci vede dediti alla costruzione del bene comune, dalla difesa della famiglia alla libertà di educazione, dalle leggi in difesa della vita alla attuazione concreta del principio di sussidiarietà.
Aspettiamo che la polvere e il fango si depositino, diamo tempo alla verità e alla giustizia.
Raffaele Calabrò
Roberto Formigoni
Maurizio Gasparri
Maurizio Lupi
Alfredo Mantovano
Mario Mauro
Gaetano Quagliariello
Eugenia Roccella
Maurizio Sacconi
lunedì 24 gennaio 2011
Lettera aperta degli ex An: "Siamo orgogliosi di stare a fianco di Berlusconi"
Pubblichiamo la lettera in cui sei ex esponenti di punta di An, Alemanno, Gasparri, La Russa, Mantovano, Matteoli e Meloni, scendono in campo per dire una parola di LEALTA' nei confronti del Presidente Silvio Berlusconi, nel momento di massima tempesta mediatica nei suoi confronti. Tempesta, tanto più violenta mediaticamente da parte dell'opposizione quanto inconsistente nei reati contestati sui giornali.
Uno dei filoni polemici di questi giorni chiama in causa chi è approdato nel Pdl provenendo dalla destra italiana: come fate - si dice- a essere coerenti con la vostra storia, fatta di richiami ai principi al rispetto delle regole, di fronte a quanto accade?
È evidente l’interesse di chi solleva il tema a provocare fratture interne al Pdl; ma siamo convinti che la questione meriti una risposta seria; anche perché è una risposta che non va inventata: c’è! Facciamo un veloce passo indietro, fino all’aprile 1948, quando gli italiani, col loro voto, rifiutarono la tentazione totalitaria e si mostrarono in maggioranza ancorati ai valori della propria tradizione. Nei decenni successivi, dall’apertura a sinistra fino al «compromesso storico », la coerenza con la volontà dell’elettorato venne meno, anche per la deliberata estromissione della destra dalla politica che contava: nei quasi cinquant’anni di prima Repubblica si è parlato di una «maggioranza silenziosa», e del tradimento delle sue istanze a causa di un sistema politico bloccato. L’esito più significativo del berlusconismo e dell’ingresso nella seconda Repubblica è stato proprio quello di avere dato voce - con l’ingresso della destra nel governo, e quindi con la costituzione di un unico partito del centrodestra a una maggioranza rimasta in silenzio nel periodo precedente, ponendo stabilmente in sintonia, con mille limiti e fra mille difficoltà, la maggioranza degli italiani e chi li rappresenta.
Ma non è solo una questione di riposizionamento. Se stiliamo un bilancio che annoti quanto «di destra », nell’accezione che comunemente si dà al termine, si è realizzato nella legislatura in corso, abbiamo difficoltà a essere sintetici. Appartiene alla nostra tradizione politica il superamento del mito egualitaristico sessantottino: le riforme della scuola media superiore e dell’università pongono punti chiari in tema di riconoscimento del merito, di eliminazione di sacche di privilegio e di clientela baronale, di opportunità di valorizzazione dei giovani. Nelle nostre sezioni abbiamo discusso per decenni della tutela del lavoro, oltrepassando il contrasto classista fra imprenditori e operai: Pomigliano e Mirafiori costituiscono oggi esempi significativi di un solidarismo che dimostra nei fatti la piena compatibilità fra espansione produttiva, ricerca di competitività e responsabilità sindacale. Ciò che è stato possibile grazie alla parte maggioritaria del sindacato e al fattivo sostegno del governo in carica. È stato possibile perché- in un contesto internazionale di crisi così pesante - si è scelto di non lasciare indietro nessuno, con l’estensione della cassa integrazione, spesso in deroga o in via straordinaria.
Per anni, a destra, abbiamo difeso quasi in solitudine la bandiera della nostra patria quando sembrava eversivo esporla in pubblico in occasioni che non fossero quelle calcistiche. Oggi, nel 150˚ dell’unificazione, quella bandiera sventola in territori difficili e complicati. Sventola sul lavoro svolto con generosità e coraggio da tanti militari italiani, teso a ricostruire, a estirpare le minacce terroristiche, a dare un futuro a popolazioni oppresse, talora pagando il costo più elevato della propria vita. Sventola anche per la determinazione politica dell’esecutivo, e della maggioranza che lo appoggia, di non farsi condizionare dagli attacchi, anche dai più feroci. In ogni luogo del mondo la destra viene identificata con uno slogan forse sbrigativo, ma chiaro da intendere: «Legge e ordine».
Può apparire singolare questo richiamo, nel pieno delle polemiche in corso. Ma sarebbe ancora più singolare mettere da parte il lavoro enorme svolto dai corpi di polizia, e da quella parte della magistratura che opera senza clamore e con risultati, nel contrasto alla criminalità mafiosa: da Castevolturno al Gargano, da Palermo a Reggio Calabria, i successi contro le varie organizzazioni criminali, le catture di latitanti, i sequestri e le confische dei beni, la capacità di intervenire «prima» (come è accaduto per il tentativo della ’ndrangheta di infiltrarsi nei lavori di Expo 2015, stroncato sul nascere) hanno assunto uno spessore quantitativo e qualitativo senza precedenti. Merito di chi opera in prima battuta, ma pure di leggi che abbiamo fortemente voluto, e che hanno prodotto e stanno producendo questi risultati. Per non dire del blocco dei clandestini a Lampedusa. Sarebbe fuori luogo continuare nell’elenco, che vuole essere solo esemplificativo, non esaustivo, di un lavoro che intendiamo proseguire e completare- se sarà possibile - nell’arco della legislatura.
A chi si straccia le vesti per ciò che emerge dall’indagine della Procura di Milano, e che si meraviglia se, con la nostra storia, non prendiamo le distanze e non concorriamo a chiudere quella che viene definita la stagione del berlusconismo, rispondiamo che esiste una linea di confine invalicabile fra i comportamenti privati e i gesti pubblici. Chi ci ha votato anzitutto desidera gesti pubblici: il rilancio dello sviluppo, fondato sulla tenuta dei conti finora realizzata, la definitiva sconfitta della mafia, dopo tante battaglie vinte, la completa realizzazione di infrastrutture attese da anni, l’applicazione delle riforme approvate, dal federalismo all’università. A chi obietta che in ciò che noi riteniamo appartenente al «privato» la magistratura ha individuato dei reati (e quindi non è più «privato »), rispondiamo che il rispetto per l’istituzione «magistratura» non vieta di valutare il senso e la portata delle iniziative persecutorie che da 17 anni interessano Silvio Berlusconi.
L’ultima in ordine di tempo è esemplare per il carattere strumentale e delegittimatorio nei contenuti (ipotesi di reati che trovano smentita negli stessi documenti del procedimento), nelle forme ( non si è mai visto un decreto di perquisizione di 400 pagine, il cui unico risultato è stato di rendere pubbliche le indagini già svolte, senza che vi fosse alcun vaglio in contraddittorio), e quindi negli obiettivi: gettare fango su Berlusconi. È grave che chi ci chiede coerenza non colga che una parte della magistratura italiana ha da tempo assunta su di sé una funzione militante, tesa a vanificare l’azione di governo (si pensi al terreno dell’immigrazione) e di chi guida il governo, e addirittura a sanzionare i comportamenti che valuta non già illeciti, bensì immorali. Rispettare i poteri e gli ordini dello Stato non significa avallare il tentativo di una parte di loro di svolgere funzioni che non le competono.
Sul piano politico, spetta agli elettori decidere se e in quale misura comportamenti privati incidano sulla scelta di chi chiamano al governo. La destra italiana intende continuare, con questo governo e con chi lo guida - così come è avvenuto finora - il lavoro intrapreso per dare seguito alla volontà della maggioranza degli italiani. Spesso una parte significativa del dibattito sui media concentra l’attenzione sui «diritti delle minoranze». Ma tanti italiani (il 75%!) nel 2005 hanno difeso col non voto una buona legge sulla fecondazione artificiale, nel 2007 hanno popolato la piazza del Family day , nel 2009 hanno apprezzato la posizione del governo Berlusconi su Eluana, accettano i sacrifici perché consapevoli della necessità della tenuta economica, vorrebbero i giudici impegnati nel sanzionare i rapinatori più che nell’origliare a spese dello Stato fatti privi di rilievo penale, considerano eroi i nostri militari impegnati nelle missioni all’estero.
Ecco,questi uomini e queste donne da tempo si chiedono: noi che apparteniamo a famiglie normali, che non rivendichiamo i matrimoni per gli omosessuali, che diamo figli alla Patria e alle sue missioni, che vorremmo vivere in quartieri in cui la convivenza non sia posta a rischio dall’immigrazione clandestina, noi che siamo cristiani, per lo meno quanto a tradizione, che non pensiamo che sulla vita vadano operate sperimentazioni, che facciamo: dobbiamo sentirci in colpa? Il «berlusconismo» ha avuto e ha il merito di non far considerare questi italiani, che sono la maggioranza, dei minorati, ma di rendere loro orgogliosi della nazione in cui vivono. Meglio ancora: è il centrodestra che, con gli italiani, ha permesso tutto questo. Di esso noi siamo parte findall’inizio,e al suo interno intendiamo continuare a operare per il bene della nostra patria.
Gianni Alemanno,
Maurizio Gasparri
Ignazio La Russa
Alfredo Mantovano
Altero Matteoli
Giorgia Meloni
Uno dei filoni polemici di questi giorni chiama in causa chi è approdato nel Pdl provenendo dalla destra italiana: come fate - si dice- a essere coerenti con la vostra storia, fatta di richiami ai principi al rispetto delle regole, di fronte a quanto accade?
È evidente l’interesse di chi solleva il tema a provocare fratture interne al Pdl; ma siamo convinti che la questione meriti una risposta seria; anche perché è una risposta che non va inventata: c’è! Facciamo un veloce passo indietro, fino all’aprile 1948, quando gli italiani, col loro voto, rifiutarono la tentazione totalitaria e si mostrarono in maggioranza ancorati ai valori della propria tradizione. Nei decenni successivi, dall’apertura a sinistra fino al «compromesso storico », la coerenza con la volontà dell’elettorato venne meno, anche per la deliberata estromissione della destra dalla politica che contava: nei quasi cinquant’anni di prima Repubblica si è parlato di una «maggioranza silenziosa», e del tradimento delle sue istanze a causa di un sistema politico bloccato. L’esito più significativo del berlusconismo e dell’ingresso nella seconda Repubblica è stato proprio quello di avere dato voce - con l’ingresso della destra nel governo, e quindi con la costituzione di un unico partito del centrodestra a una maggioranza rimasta in silenzio nel periodo precedente, ponendo stabilmente in sintonia, con mille limiti e fra mille difficoltà, la maggioranza degli italiani e chi li rappresenta.
Ma non è solo una questione di riposizionamento. Se stiliamo un bilancio che annoti quanto «di destra », nell’accezione che comunemente si dà al termine, si è realizzato nella legislatura in corso, abbiamo difficoltà a essere sintetici. Appartiene alla nostra tradizione politica il superamento del mito egualitaristico sessantottino: le riforme della scuola media superiore e dell’università pongono punti chiari in tema di riconoscimento del merito, di eliminazione di sacche di privilegio e di clientela baronale, di opportunità di valorizzazione dei giovani. Nelle nostre sezioni abbiamo discusso per decenni della tutela del lavoro, oltrepassando il contrasto classista fra imprenditori e operai: Pomigliano e Mirafiori costituiscono oggi esempi significativi di un solidarismo che dimostra nei fatti la piena compatibilità fra espansione produttiva, ricerca di competitività e responsabilità sindacale. Ciò che è stato possibile grazie alla parte maggioritaria del sindacato e al fattivo sostegno del governo in carica. È stato possibile perché- in un contesto internazionale di crisi così pesante - si è scelto di non lasciare indietro nessuno, con l’estensione della cassa integrazione, spesso in deroga o in via straordinaria.
Per anni, a destra, abbiamo difeso quasi in solitudine la bandiera della nostra patria quando sembrava eversivo esporla in pubblico in occasioni che non fossero quelle calcistiche. Oggi, nel 150˚ dell’unificazione, quella bandiera sventola in territori difficili e complicati. Sventola sul lavoro svolto con generosità e coraggio da tanti militari italiani, teso a ricostruire, a estirpare le minacce terroristiche, a dare un futuro a popolazioni oppresse, talora pagando il costo più elevato della propria vita. Sventola anche per la determinazione politica dell’esecutivo, e della maggioranza che lo appoggia, di non farsi condizionare dagli attacchi, anche dai più feroci. In ogni luogo del mondo la destra viene identificata con uno slogan forse sbrigativo, ma chiaro da intendere: «Legge e ordine».
Può apparire singolare questo richiamo, nel pieno delle polemiche in corso. Ma sarebbe ancora più singolare mettere da parte il lavoro enorme svolto dai corpi di polizia, e da quella parte della magistratura che opera senza clamore e con risultati, nel contrasto alla criminalità mafiosa: da Castevolturno al Gargano, da Palermo a Reggio Calabria, i successi contro le varie organizzazioni criminali, le catture di latitanti, i sequestri e le confische dei beni, la capacità di intervenire «prima» (come è accaduto per il tentativo della ’ndrangheta di infiltrarsi nei lavori di Expo 2015, stroncato sul nascere) hanno assunto uno spessore quantitativo e qualitativo senza precedenti. Merito di chi opera in prima battuta, ma pure di leggi che abbiamo fortemente voluto, e che hanno prodotto e stanno producendo questi risultati. Per non dire del blocco dei clandestini a Lampedusa. Sarebbe fuori luogo continuare nell’elenco, che vuole essere solo esemplificativo, non esaustivo, di un lavoro che intendiamo proseguire e completare- se sarà possibile - nell’arco della legislatura.
A chi si straccia le vesti per ciò che emerge dall’indagine della Procura di Milano, e che si meraviglia se, con la nostra storia, non prendiamo le distanze e non concorriamo a chiudere quella che viene definita la stagione del berlusconismo, rispondiamo che esiste una linea di confine invalicabile fra i comportamenti privati e i gesti pubblici. Chi ci ha votato anzitutto desidera gesti pubblici: il rilancio dello sviluppo, fondato sulla tenuta dei conti finora realizzata, la definitiva sconfitta della mafia, dopo tante battaglie vinte, la completa realizzazione di infrastrutture attese da anni, l’applicazione delle riforme approvate, dal federalismo all’università. A chi obietta che in ciò che noi riteniamo appartenente al «privato» la magistratura ha individuato dei reati (e quindi non è più «privato »), rispondiamo che il rispetto per l’istituzione «magistratura» non vieta di valutare il senso e la portata delle iniziative persecutorie che da 17 anni interessano Silvio Berlusconi.
L’ultima in ordine di tempo è esemplare per il carattere strumentale e delegittimatorio nei contenuti (ipotesi di reati che trovano smentita negli stessi documenti del procedimento), nelle forme ( non si è mai visto un decreto di perquisizione di 400 pagine, il cui unico risultato è stato di rendere pubbliche le indagini già svolte, senza che vi fosse alcun vaglio in contraddittorio), e quindi negli obiettivi: gettare fango su Berlusconi. È grave che chi ci chiede coerenza non colga che una parte della magistratura italiana ha da tempo assunta su di sé una funzione militante, tesa a vanificare l’azione di governo (si pensi al terreno dell’immigrazione) e di chi guida il governo, e addirittura a sanzionare i comportamenti che valuta non già illeciti, bensì immorali. Rispettare i poteri e gli ordini dello Stato non significa avallare il tentativo di una parte di loro di svolgere funzioni che non le competono.
Sul piano politico, spetta agli elettori decidere se e in quale misura comportamenti privati incidano sulla scelta di chi chiamano al governo. La destra italiana intende continuare, con questo governo e con chi lo guida - così come è avvenuto finora - il lavoro intrapreso per dare seguito alla volontà della maggioranza degli italiani. Spesso una parte significativa del dibattito sui media concentra l’attenzione sui «diritti delle minoranze». Ma tanti italiani (il 75%!) nel 2005 hanno difeso col non voto una buona legge sulla fecondazione artificiale, nel 2007 hanno popolato la piazza del Family day , nel 2009 hanno apprezzato la posizione del governo Berlusconi su Eluana, accettano i sacrifici perché consapevoli della necessità della tenuta economica, vorrebbero i giudici impegnati nel sanzionare i rapinatori più che nell’origliare a spese dello Stato fatti privi di rilievo penale, considerano eroi i nostri militari impegnati nelle missioni all’estero.
Ecco,questi uomini e queste donne da tempo si chiedono: noi che apparteniamo a famiglie normali, che non rivendichiamo i matrimoni per gli omosessuali, che diamo figli alla Patria e alle sue missioni, che vorremmo vivere in quartieri in cui la convivenza non sia posta a rischio dall’immigrazione clandestina, noi che siamo cristiani, per lo meno quanto a tradizione, che non pensiamo che sulla vita vadano operate sperimentazioni, che facciamo: dobbiamo sentirci in colpa? Il «berlusconismo» ha avuto e ha il merito di non far considerare questi italiani, che sono la maggioranza, dei minorati, ma di rendere loro orgogliosi della nazione in cui vivono. Meglio ancora: è il centrodestra che, con gli italiani, ha permesso tutto questo. Di esso noi siamo parte findall’inizio,e al suo interno intendiamo continuare a operare per il bene della nostra patria.
Gianni Alemanno,
Maurizio Gasparri
Ignazio La Russa
Alfredo Mantovano
Altero Matteoli
Giorgia Meloni
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